L'unità del tutto

 

Porchia vive tanto intensamente il sentimento di identifica­zione con l'umano e con le altre esistenze da concepirle in un legame indissolubile. Un affiato cosmico, per un verso d'a­scendenza cristiana, per l'altro buddista18, e specialmente derivato da quell'innata "ingenuità" dell'infanzia, che perma­nendo nel suo animo alimenta una particolare percezione della realtà, gli fa cogliere un sistema di analogie e corrispon­denze tra se stesso, l'umanità e ogni altra essenza: "Il mio corpo mi separa da ogni essere e da ogni cosa. Nient'altro che il mio corpo". Questa e altre voci sembrano dilatare l'es­sere oltre i propri confini in una forma unitaria che ha fatto parlare di panteismo: "Solamente dove posso stare tutto sento che sta tutto. E a volte persino in nulla posso stare tutto. E a volte nemmeno in tutto posso stare tutto"; "Tutto tende ad unirsi, perché non si vuole essere "tanti". Interpretate alla luce del sentimento umanitario dell'autore, tali voci orientano a un'unione spirituale molto affine alla visione francescana delle creature: le fragili pareti del corpo ci separano da altri corpi, non dall'essenza dell'umanità, presente interamente in tutta la specie, in particolare dove la sofferenza trova un humus comune: "Il mio cuore duole a me. E non dovrebbe dolere a me, perché non vive di me, né vive per me".

     Questa reciprocità è estesa ai morti, chiamati foscoliana­mente a essere partecipi dei sentimenti dei propri cari: "I miei morti continuano a soffrire il dolore della vita in me"; a sua volta, chi muore estende ai congiunti parte della propria tene­brosa esperienza: "Quando si spensero i tuoi occhi, anch 'io vidi un'ombra"; ed è così che chi sopravvive muore un po' per volta sentendosi coinvolto nella realtà oltre la vita: "Quando morirò, non mi vedrò morire per la prima volta". L'assunzione del dolore altrui per Porchia è tale che, nel tra­vaso continuo, diventa il proprio dolore, diventa parte di sé: "Il dolermi tutti e di tutto, crescendo, è diventato il dolersi di me stesso a me stesso. E cresce tuttavia".

L'identificazione con l'umanità è dominante, e l'io vi si annulla: "Quando mi chiamo "mio" non sono nessuno ", "E se fosse quanto vorresti che fosse ciò che è tuo, tu saresti molto poco, quasi niente, in ciò che è tuo"; subentra una visio­ne superiore, disattenta alle piccole cose del ristretto ambito individuale: "Sto tanto poco in me, che ciò che fanno di me, quasi non m'interessa"; quand' anche uno provasse a recupe­rare l'egoità, la disabitudine lo farebbe fallire: "Si, mi occupo di me; ma ho dimenticato cosa vuol dire occuparmi di me". Chi vuole trovare se stesso non deve cercare entro gli angusti confini dell'io: "Quando cerco la mia esistenza, non la cerco in me", bensì immedesimarsi negli altri: "Quando mi sembra che ascolti le mie parole, mi sembrano tue le mie parole e ascolto le mie parole".

Se gli spazi dell'io sono troppo esigui per contenere l'uma­nità dell' essere, certe volte i confini del tutto appaiono ecces­sivamente dilatati e dispersi vi; sono i momenti in cui come residenza ideale si configura un qualsiasi "altrove", fuori da sé e fuori dal tutto: "Volevo essere in qualcosa per non essere in tutto".

L'unione di cui parla Porchia non è superficiale, ma profonda; si realizza nella parte dell' essere in cui risiedono le vere peculiarità umane: "Il profondo di me è tutto. Ma è tutto senza io. E' che solamente tutto ciò che è profondo è tutto". Questo concetto dell'identificazione con l'esistenza del tutto, collegandosi all'idea del tempo, trova una straordinaria affi­nità con la concezione buddista, che indirizza a guardare nella parte interna della coscienza per vedere come il flusso della vita individuale scaturisca da una fonte comune all'umanità, originata, a sua volta, da un'unica sorgente cosmical9. Porchia, che non sappiamo se ebbe qualche relazione con il buddismo ma certamente non fu un adepto, intuisce il concet­to della scaturigine unitaria delle esistenze, e cerca di arrivar­ci con la percezione profonda superando la soglia della ragio­ne e dei sensi, incapaci di procedere oltre la visione parcelliz­zata del tempo, oltre le apparenze delle cose.

Sull'unità del tutto Porchia torna con frequenza. Ogni riflessione, però, non è necessariamente un tassello progressi­vo nello snodarsi organico del pensiero; è costante, invece, il sentimento di partecipazione a ciò che tocca il vissuto degli esseri, il sentirsi immerso nelle esistenze accomunate dallo stesso destino di dolore.

Frasi come: "E se fossi separato da quel!' albero che vedo, da quel sole che vedo, vedrei quel!' albero? Vedrei quel sole?", "La pietra che prendo con le mie mani assorbe un po' del mio sangue e palpita" dimostrano la straordinaria vicinan­za dell'uomo alla natura, una traslazione poetica di tipo pascoliano nelle varie forme esistenziali, una continua intera­zione tra gli elementi cosmici, anch'essa tipica del buddismo, che trova la pienezza spirituale nell'armonia di tutte le esi­stenze dell'universo: "Se non credessi che il sole mi guarda un po', non lo guarderei"; "Guardando la nuvola ho visto che il mio pensiero non ha il suo corpo solamente nel mio corpo”. …

 

18 Per i collegamenti culturali, cfr, infra, "Prefazione", "L'opera".

19 Cfr., infra, "Il tempo".

 

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