Il sentimento umanitario

 

Le difficoltà, il dolore, le privazioni che induriscono l'ani­mo di molti, non contaminano Antonio Porchia, il cui tratto distintivo sopra ogni altro è la straordinaria attenzione per il prossimo, specialmente per gli umili, nei quali scopre la parte più pura e più apprezzabile dell'umanità. La sensibilità poeti­ca delle voci dedicate a loro svela la simpatia e la partecipa­zione psicologica dell' autore alla sofferenza di chi, come compenso di un'anomalia, porta un segno che ne illumina la bellezza interiore: "Persino il più piccolo degli esseri porta un sole negli occhi"; "l'uomo cieco porta una stella sulle spalle".

Nonostante abbia conosciuto lui stesso la povertà, Porchia avverte la sua povertà osservando quella altrui: "La povertà degli altri mi basta per sentirmi povero, la mia non mi basta"; pur avendo pianto in circostanze di patimenti e di morte, le lacrime che dilagano attorno gli comunicano il significato del pianto ancora più intensamente delle sue stesse lacrime: "C'è più pianto del piangere nel veder piangere"; quando, poi, un uomo viene colpito da un dolore più forte del suo, si sente col­pevole, come se la parte in meno di sofferenza spettatagli in quel momento dovesse ricadere necessariamente sul prossi­mo, secondo una legge di sacrificio, che, gravando sull'uma­nità, va vissuta interamente senza distinzione di merito: "Quando il tuo dolore è un po' più grande del mio dolore, mi sento un po' crudele".

Alla sua attenzione non sfuggono gli esclusi, i reietti: "Colui che nessuno perdona, perché uno non lo deve perdo­nare?", pensiero che, posto sotto forma di interrogativa reto­rica, accentua la necessità del colpevole di trovare almeno una sola persona che, perdonandolo, gli faccia intravedere una possibilità di riscatto. Il perdono (che non implica la giustifi­cazione della colpa) non ha bisogno di procedimenti raziona­li, gravitando nell'area che occupa "l'abisso", il profondo del­l'essere, dove Porchia individua l'essenza vera dell'umanità. Nell'esteso mare del dubbio, che usa come metodo cartesiano16 di indagine, c'è una certezza acquisita: "Si, questo è il bene: perdonare il male. Non c'è altro bene", perché, lui afferma: "La condanna di un errore è un altro errore"; anzi, il male prodotto dalle persone moleste ha un risvolto positivo, in quanto, facendo prendere le distanze da loro, non aumenta la sofferenza di vederle affogare, come tutti, nel dolore dilagan­te: "E se loro non ti facessero male, il loro dolore sarebbe troppo dolore per te".

La solidarietà non serve soltanto al riscatto del colpevole; tutti ne hanno bisogno per acquisire una maggiore considera­zione di se stessi: "lo non sono soddisfatto di te. Ma se anche tu non sei soddisfatto di te, io sono soddisfatto di te".

Porchia riconosce la condizione privilegiata degli uomini nella scala degli esseri viventi, attribuibile all'opera della creazione; lamenta però il mancato sostegno tra di loro: "Dio ha dato molto all'uomo; ma l'uomo vorrebbe qualcosa dal­l' uomo". In questo "qualcosa" l'autore di Voces si dimostra molto prodigo: vivendo con estremo rispetto per gli altri a discapito di se stesso: "A volte penso di scalare alture ma non scalando uomini"; evitando di produrre umiliazioni e sconfit­te al prossimo: "Volevo vincere. Ma non vincevo. Perché vole­vo vincere senza sconfiggere”. …

 

16 Cartesiano, cioè pertinente la filosofia di Cartesio (René Descartes, sec XVTI), che nell' affrontare il problema della conoscenza utilizza il dubbio universale, par­tendo dall'idea che i sensi e la ragione ci ingannano. La sua frase rimasta celebre è: "Dubitans cogito, cogito ergo sum" ("Dubitando penso, penso dunque sono").

 

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