Il rapporto con Dio

 

Il rapporto di Antonio Porchia con Dio è molto contrasta­to. Poche le voci dedicate all' essere supremo, che figura più come termine di confronto con l'uomo che non per se stesso.

L'autore di Voces non si dichiara credente, ma riesce ad esprimere lo stato d'animo di chi, pur escludendo razional­mente l'esistenza di Dio, ne alimenta l'amore senza manife­stazioni esterne, senza pratica del culto: "Mio Dio, quasi non ho mai creduto in te, ma sempre ti ho amato". La presenza divina, innestata negli animi durante l'infanzia, raramente viene sradicata dalla ragione, che, pur rimuovendola dai suoi confini, non osa eliminare dall' interiorità dell' essere una componente essenziale alla vita, necessaria come. riserva di aiuto nelle circostanze di dolore. Nel processo della cono­scenza attraverso le voci, quest'area dell'anima viene riserva­ta alle facoltà extralogiche74.

Il sentimento religioso cresce su un terreno radicato in un substrato comune a tutta l'umanità, indipendentemente dalle forme in cui viene espresso, sia che trovi il suo canale nella fede in Dio, sia che si sovrapponga a una percezione profon­da e indefinibile dell' esistenza.

Anche quando non possiede la forza della convinzione, la religiosità è fortemente partecipati va sul piano delle emozio­ni, riuscendo a coinvolgere gli scettici con le sue manifesta­zioni, e specialmente accrescendo l'alone di mistero e di sublime attorno alle immagini cultuali, agli appositi edifici, nei luoghi in cui sorgono, o negli habitat delle ierofanie, che, grazie alla potente carica di energia derivata da chi crede, molto frequentemente mantengono il carattere sacro al pas­saggio da una religione all' altra. Questa capacità della fede, così forte da interagire con l'ambiente e da coinvolgere gran­di masse attraverso i millenni, stimola una particolare adesio­ne da parte di un non credente: "le crois en Dieu ni pour lui ni pour moi, mais pour ceux qui croient en lui"75. Con questa voce Porchia va oltre il rispetto laico della tolleranza, dichia­rando non la semplice accettazione ma la partecipazione alla fede altrui.

Dio ha fatto dell'uomo l'esponente più alto della sua crea­zione: "Dio ha dato molto all'uomo, ma l'uomo vorrebbe qualcosa dall'uomo". L'elargizione spesa nell'attività creati­va, però, sembra esaurirsi in quello stesso atto; poi, come gli dei di Epicuro, Porchia vede il Dio dei cristiani disinteressa­to alle vicende umane e distante: "L'umanità non sa dove andare perché nessuno l'aspetta: nemmeno Dio".

Questo Dio, oltre ad abbandonare gli esseri da lui stesso creati, si propone come esempio negativo. Dopo il tramonto degli dei pagani, che condivisero con gli uomini vizi e virtù, i cristiani avevano liberato l'essere divino da ogni difetto, pen­sandolo come l'unico esponente di tutte le qualità al massimo grado. Porchia, guardando con la ragione e non con la fede all'immagine di Dio, ne scopre la défaillance in una voce dove lo fa figurare come termine di paragone con l'uomo che, su sua imitazione, interviene ad aiutare gli altri solo dopo averli visti incorrere nell'errore: "Quando non mi vedi perdu­to vorresti vedermi perduto per salvarmi. Sei uguale al tuo Dio". In un altro confronto con l'uomo, Porchia si serve del­l'epiteto velato d'ironia "degno maestro" per connotare l'Onnipotente come modello di ambivalenza nella creazione in cui ha inserito anche l'inferno: "L'homme se hauserait au niveau de son digne maftre, si faisant un ouvrage, il faisait en meme temps un enfer pour son ouvrage"76.

Nella voce: "Il non saper fare seppe fare Dio" l'essere supremo è la massima espressione della potenzialità creativa del "non saper fare", cioè della spontaneità che è fonte di arte e di poesia, dell'ispirazione scissa da modelli e da apprendi­menti specifici. In un' altra voce compare per denotare gli uomini che vorrebbero tutti gli attributi divini esclusa la sof­ferenza di Cristo: "L'uomo vorrebbe essere un Dio senza la croce”.

Ma, nelle ricorrenze di dolore e di morte, pur ritenendolo inesistente o lontanissimo dalle vicende del pianeta, l'uomo ha bisogno d'invocare un Dio paterno, di trarre conforto dalla fede altrui, così Antonio Porchia ricordando la morte del padre. "Vedevo io un uomo morto. Ed io ero piccolo, piccolo, piccolo...Dio mio! Che grande è un uomo morto". ….

 

 

 

 

74 Cfr., infm, "Oltre la ragione".

75 Traduz. R. Caillois: n Credo in Dio né per lui né per me, ma per quelli che cre­dono in lui n.

76 Traduz. R. Caillois: " L'uomo si eleverebbe al livello del suo degno maestro, se facendo un'opera facesse anche un inferno per la sua opera".

  

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