Radici

 

Pensa forse alle radici italiane, alle origini della famiglia, Antonio Porchia quando afferma: "Il lontano, il molto lonta­no, il più lontano, lo trovai solo nel mio sangue"? Se il riferi­mento è questo, se ne deduce che lui considera la sua vita divisa in due fasi, una delle quali, dalla nascita all'adolescen­za sino alla morte del padre, collegata agli antenati, staccata da sé, lasciata tra monti e colline del paese natio, che, per un emigrante dei primi del Novecento mai ritornato, si configura ancora più lontano di quanto sia nella realtà geografica, una distanza accentuata dal ricordo della povertà e dei dolori subi­ti. In una vita tagliata in due da un evento letale è facile disperdere la capacità della ripresa, la voglia di ricostituire la sezione spezzata dove il vuoto ha scavato cupe voragini. Unica possibilità di rinvigorire l'esperienza esistenziale nella continuità si prospetta il vecchio rito della palingenesi, che, annullando la dicotomia con l'annientamento del sé di prima, consente di rinascere dalla catarsi delle proprie ceneri come l'araba fenice: "Vengo dal morire, non dall'esser nato. Dall' esser nato me ne vado via".

Privato del padre, strappato ai luoghi noti, ai compagni, ai giochi, defraudato dell' adolescenza, il giovane Antonio vede disperdersi l'identità originaria, e, non potendola ricostituire, compensa la libertà dalle radici con la libertà dagli affetti e dal possesso: "Un'altra volta non vorrei niente. Nemmeno una madre vorrei un'altra volta". La madre, come lui dichiara in una delle rare interviste rilasciate, lo ha amato molto ("Mia madre mi adorava "), perciò, perdendo con la sua morte quel bene immenso, emerge un vuoto in cui sprofonda la continuità di una vita che li ha uniti ancora di più dopo la morte del padre, rafforzando, come succede in ogni circostanza di dolo­re, l'affetto reciproco e l'intesa nelle responsabilità. Pensando alla madre, Porchia non può evitare di evocare l'infanzia, il cupo risvolto che li ha lasciati soli di fronte al futuro; il lega­me con la madre diventa il legame con le origini che, nella sua complessità, resta latente, sofferto, evocato, rinnegato.

Il rito dell' araba fenice, funzionale sul piano simbolico, non si rivela efficace nella concretezza della vita; le memorie rimosse riprendono vigore sotto le ceneri combuste producen­do, ora, rifiuti: "Come mi sono fatto non mi rifarei, forse mi rifarei come mi disfaccio", ora, desiderio di fare rivivere il passato alimentando ricordi: "Quando mi accosto a un'anima non sento il desiderio di conoscerla; quando mi allontano, si"22, ora,' rimpianti: "Ho le mani vuote per quello che ci fu nelle mie mani", "Che ebbi tutto lo so, non per quello che ebbi. Lo so perché dopo non ebbi più": aveva una famiglia completa, un padre, le sicurezze dei luoghi noti, la vita protetta tra gente affine.

In Argentina, dove vive ininterrottamente la seconda fase della sua esistenza, Antonio avverte la mancanza d'apparte­nenza: "Sono un abitante, ma di dove ?"; si sente escluso dalle affinità che nel corso dei secoli hanno accomunato i gruppi, hanno creato i popoli: "Estranei, estranei, estranei. Un infini­to di estranei. E io un estraneo, solo". Tra tanti estranei, lui, emigrante, non affronta la possibilità dell'inserimento totale, quello che vede trapiantare anche l'anima in un posto: "Non sono di troppo in nessun luogo, perché non mi includo in nessun luogo". In questa dimensione la solitudine è privazio­ne, mancanza delle opportunità, che nella concretezza reale non esistono: "lo chiederei qualcosa in più a questo mondo, se avesse qualcosa in più questo mondo", un mondo che non gli può offrire neppure la sepoltura foscoliana nel ventre della terra materna, bisogno trasmesso senza interruzione attraver­so tutte le generazioni; non potendo nutrire questo desiderio atavico, lui, lontano dai luoghi degli antenati, l'occulta dietro un'apparente indifferenza: "Mi seppellisco in qualsiasi parte e morirò...chissà dove" (una frase in cui si nota l'omissione freudiana della nascita23).

Maturato questo itinerario, essendo ormai in grado di rinunciare a una madre, Porchia sente di poter fare a meno anche di qualsiasi patria: quella originaria, remota, che non gli appartiene più; quella d'immigrazione che rimane estranea. Si sviluppa in lui un bisogno illuministico di cosmopolitismo, un anelito a superare i confini territoriali per farsi cittadino del mondo o, forse, del cosmo: "Tutto quello che porto rinchiuso in me, si trova libero, in qualsiasi parte".

Quando dal vecchio rito catartico della fenice rinasce il nuovo essere, e le due parti, costitutive dell'identità, final­mente si congiungono, a Porchia sembra di non riconoscere più il suo io: "Il prima di me e il dopo di me si sono uniti; quasi sono uno solo, quasi sono rimasti senza io"; tracce della scissione restano nella ricomposta unità interiore: "La mia anima ha due età, meno una: quella del mio corpo".

Nonostante Porchia operi una forte rimozione della prima fase della vita, non disperde componenti delle origini meridio­nali. Tra queste: la rassegnazione alle ineluttabilità che rientra nell'accettazione indiscussa del destino: "L'irreparabile non lo fa nessuno: si fa da sé"; la concezione di una inevitabile com­pensazione per cui ad ogni bene goduto sulla terra si debba alternare il suo risvolto negativo: "Chi ha visto svuotarsi tutto, quasi sa di che cosa si riempie il tutto"; una forma di lamentazione, quasi rituale, del proprio destino, riscontrabile in maniera massiccia nella cultura del Sud Italia: "Il mio gran­de giorno venne e se n'andò; non so come. Perché non passò dall'alba nel venire né dal crepuscolo nell'andarsene"; "Mi si apre una porta, entro e m'imbatto in cento porte chiuse"; e, specialmente, la disposizione all'attesa: "Da quanto io aspettavo, nacque la mia abitudine di sperare". Non sappia­mo quale sia la speranza nell'ultima voce citata né a quale fase della vita dell' autore risalga; certo, si tratta di una cosa molto importante, capace di alimentare nell' animo l'innata abitudine al sogno.

L'attesa è una delle componenti caratterizzanti il tempo lungo della società agricola e ha ritmi annuali, come le semi­ne e i raccolti. Lungi dal!' idea di soddisfare con immediatez­za i propri bisogni, la gente vive di attese che si sovrappongo­no al sogno e si nutrono di speranze; così Antonio Porchia: "Dormendo sogno quello che sogno da sveglio. E il mio sognare è continuo". Quali sono i contenuti di questi sogni? forse i territori dell'infanzia perduta in un tempo e in uno spa­zio lontano: "A volte sogno di essere sveglio. Ed è così come sogno il sogno del mio sogno"; poi, il risveglio lo fa trovare nella terra degli emigranti, immerso in una realtà diversa da quella sognata: "Vedere mi costa aprire gli occhi a quanto non vorrei vedere".

Più che il raggiungimento di una meta è importante l' atte­sa: "Preferisco al migliore dei rifugi la soglia di un qualsiasi rifugio"; nel momento in cui una porta si apre, sogni e speran­ze potrebbero andare in dissolvenza nei luoghi vani del disin­canto: "No, non entro. Perché se entro non c'è nessuno"; in tal caso, l'animo, lungi dal rassegnarsi all'idea che "Ci sono sogni che hanno bisogno di riposo", è pronto a schiudersi ad altre aspettative: "Nient'altro che un infinito di attese è la fine di un infinito di attese. Nient'altro". Chi prova ad alimentare il sogno con contenuti usuali, estranei alla sua natura, lo vede infrangersi nella monotonia quotidiana, come il giovane, nei versi del Leopardi, vede retrocedere le illusioni dell' infanzia al momento di concretizzarle, come la gente comune vede svanire i sogni del sabato all'arrivo della domenica: "Il sogno che non si alimenta di sogno svanisce".

Generazioni di sognatori crebbero tra le pareti dilatate del tempo contadino dai ritmi lenti, nutrendo le fantasie, oltrepas­sando con il pensiero leggero, sulle ali dei venti, confini mai varcati: "Se io fossi come una roccia e non come una nube, il mio pensare che è come il vento mi abbandonerebbe"; "Quando non vado per le nuvole, mi sento sperduto".

In una dimensione lontana sia dalla terra d'origine sia dalla patria acquisita, Porchia trova l'approdo ideale come Ulisse nella sua Itaca, come Giacomo Leopardi nell'infinito: "Isole, ponti e ali: le mie tre vite separate; le mie tre morti unite"; da questa terra vergine dell' altrove, dove l'esistenza assume la

leggerezza di un'ala, gli è persino possibile stabilire ponti di collegamento tra le isole che rappresentano le fasi della sua vita.

 

22 Il ricordo in Porchia è trattato nel paragrafo "Il tempo".

23 Sigmund Freud, il più famoso esponente mondiale della psicologia, afferma che le reticenze, al pari dei lapsus (cioè le parole che ci sfuggono non   richieste dal con­testo) svelano esigenze rimosse o desideri nascosti.

 

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