L'opera

 

Il genere e le caratteristiche

Antonio Porchia è conosciuto per l'opera Voces, una raccolta di brevi frasi, per le quali la definizione di aforismi, epi­grammi, massime, non sembra appropriata, termini rifiutati dall'autore stesso, secondo quanto attesta Alberto Luis Ponzo. Leòn Benaròs, facendo riferimento al titolo, trova il nome più consono in "Voci"3 .

Il successo di aforismi, di massime e detti, è dovuto alla possibilità di letture veloci, alla decodificazione diretta dei messaggi, alla ricerca di risposte a vari quesiti, alla scoperta della saggezza individuale o collettiva sintetizzata in un' e­spressione verbale su cui meditare.

Condizione essenziale della composizione breve è la con­centrazione, che consente di esprimere con istantaneità il con­tenuto del pensiero nella sua forza creativa, nella momenta­neità dell'illuminazione. In Voces questi requisiti sono poten­ziati dalla proiezione della vita dell' autore con la sua umiltà, con le sue qualità interiori, e specialmente con la forza di un'umanità integrale che, facendo scoprire nel lettore parte di sé, facilita la recezione dei contenuti. Porchia è consapevole di avere colto aspetti di tutti nelle sue riflessioni, come affer­ma in un'intervista rilasciata a Ines Malinow: "Il mio libro Voces è quasi una biografia, che è quasi di tutti". Condivide questo parere J. Luis Borges che riferendosi all'opera di Porchia (riferimento esteso anche a Novalis e a La Rochefoucault), dice: "il lettore sente la presenza diretta d'un uomo e del suo destino" 4.

La semplicità espressiva e il carattere umanitario di molti messaggi avvicinano le voci alla produzione apoftegmatica dei padri del deserto, ai quali interessava la trasmissione immediata dei contenuti ai discepoli. Altro tratto d'unione con gli anacoreti è reso dalla solitudine in cui maturano le rifles­sioni. Lo scultore Libero Badii dichiara a proposito: "Porchia aveva raggiunto la pace. Con la sua solitudine, con la sua vita da monaco, conseguì una così grande avventura".

Nella dimensione umanitaria, nel forte legame con gli umili, con chi soffre, scopriamo il realismo di Voces, di cui parla Roberto Juarroz. Egli ricorda che nel periodo oscuro dell' Argentina, quando per le loro idee molte donne attende­vano in carcere l'esecuzione capitale, circolavano tra loro voci di Porchia che infondevano speranza; ne riferisce una che ha trovato su un foglio, virgolettata e senza il nome del­l'autore: "L'amore che non è tutto dolore, non è tutto amore". Riferendosi ad episodi di questo genere, Juarroz osserva: "La poesia è la più grande realtà. E' il maggiore realismo possi­bile. Se non lo fosse, non potrebbe confortare qualcuno che va incontro alla morte". Dalla stessa fonte sappiamo che negli anni sessanta, su un muro del vestibolo di un ospedale di beneficenza nella località di Belén de Escobar qualcuno aveva scritto, anonima, un' altra voce di Porchia: "Non vedi il fiume di pianto perché gli manca una lacrima tua".

La profondità delle voci, frutto di un' attenta perlustrazio­ne interiore, meditata nell'aura del silenzio in cui si svolge la vita dei mistici, supera i confini della cultura occidentale per avvicinarsi alle sensibilità orientali (Porchia è stato para­gonato a Lao Tsé, a Upanishads), ai valori dell'induismo, del buddismo. I richiami culturali non si esauriscono sul piano spirituale; se, infatti, per la modernità delle vedute, vengono individuati riscontri con Novalis, Nietzsche, Kafka, Pascal, La Rochefoucault, Lichtenberg, alcune affermazioni sulla realtà che ci circonda e sulla conoscenza evocano i presocra­tici e lo stesso Socrate. Questi e altri collegamenti, comunque, sono operazioni dei critici e dei lettori. Si esclude che Porchia abbia delle fonti; non crede, infatti, nell'apprendistato, come si deduce dall' opinione espressa durante un dialogo registra­to con Daniel Barros a proposito della poesia (opinione esten­sibile ad ogni creazione letteraria): "La poesia si fa non sapendo la fare". Questa frase vuol dire che la fonte del poeta non è la dottrina ma la spontaneità, la resa interiore, la matu­razione della coscienza. Le analogie, riscontrabili in Voces, sono da attribuire alla crescita del pensiero di Porchia sul ter­reno dell' esperienza umana dove, nel rimescolamento profon­do delle zolle, sono inevitabili le convergenze tra le percezio­ni di artisti e poeti, che spesso assumono il carattere della pre­dizione. L'assoluta individualità dell' opera, sciolta da influssi esterni, è sostenuta da vari studiosi, tra cui Gonzàles Duenas, Alejandro Toledo, Angel Ros, che trovano nelle voci molto più di quanto contengano gli autori a cui Porchia viene para­gonato 5.

Per quanto riguarda la genesi, è opportuno un riferimento storico-ambientale. Porchia ha assimilato spontaneamente la cultura della sintesi linguistica nell'ambiente d'origine del sud Italia, quando ancora la società contadina trasmetteva il sistema educativo tramite brevi detti mirati a fissare nella memoria i saperi e i modelli di comportamento, necessari al suo mantenimento e alla sua riproduzione. Si chiamavano dit­terii le massime paradigmatiche, frutto dell' esperienza popo­lare, ereditate attraverso le generazioni, sempre uguali a se stesse in una società che non mutava.

 

 

Lo stile e il linguaggio

 

Dall'impressione della frammentarietà linguistica di un primo approccio con l'opera, avanzando la lettura, si va deli­neando uno stile basato su nessi ritmici inframmezzati da toc­chi poetici, che, senza ornamenti e decori, raggiunge una sobrietà attribuibile a una cultura raffinata o alla spontaneità dell' autore. Semplicità, essenzialità, contenimento lessicale segnano un tracciato semantico dove la forma si compenetra con i contenuti, in un contesto armonico attraversato dalla forza espressiva della parola, che, straordinariamente, si rende piacevole con la ripetizione di sé. Porchia non usa sinonimi anche quando la parola consente variazione lessicale, perché, afferma, bastano venti parole a esprimere tutta la conoscenza: "Il fango, separandolo dal fango, non è più fango"; "Chi cerca di ferirti cerca la tua ferita, per ferirti entro la tua feri­ta". Ne risulta un linguaggio "d'innocenza"6 , essenziale come una predica austera, semplice come l'esposizione bibli­ca e la narrazione omerica, ricco di una saggezza elementare che evoca il linguaggio profetico, ma che, a differenza di que­st'ultimo, non si esprime nella vaghezza dell'ispirazione per calare verità a priori, ma si svolge lineare, concreto, pieghe­vole e duttile alla funzione di colmare il vuoto interiore, con indicazioni di verità distillate dal dubbio e da logoranti con­trasti del pensiero, verità mai assolute ma relative, soggette anch'esse, più di ogni altra cosa, all'inesauribile fluire dell'i­stante.

La frase è breve e intensa. La punteggiatura frequente ricorda lo scioglimento del periodo nella prosa d'arte antica di stile asiano, con lo spezzettamento in kommata, con gli enun­ciati tagliuzzati. Le cadenze espressive scarne, ingenue, inter­rotte, sembrano appartenere al linguaggio infantile. Fruire della bellezza di questo linguaggio vuol dire coglierlo nella sua osmosi con il messaggio, saperne sentire il ritmo segnato da una punteggiatura frequente, non aderente ai nessi sintatti­ci ma alle soste di meditazione richieste dalla parola: la paro­la, con la sua forza evocativa, la sua profondità ermetica, l'e­spansione metaforica, la capacità di rendere i significati nei vari contesti facendoli pervenire direttamente all' anima.

Spesso, dopo un breve enunciato, l'autore segna la pausa lunga per la riflessione; poi, per evitare il rischio della diva­gazione, si ricollega con un relativo o un "Perché" che ripor­tano immediatamente il lettore sulla pista appena lasciata die­tro il punto. Un linguaggio che si potrebbe dire pensato non per la lettura silenziosa ma per la recitazione, dove le pause devono creare suspense, attesa della parola, offrire possibilità di completamento dell'idea a chi ascolta; le voci di Porchia, infatti, furono incise su dischi, recitate dallo stesso autore, tra­smesse da un' emittente rai di Buenos Aires.

Ricorre con frequenza e con una finalizzazione particolare la congiunzione "e": usata dopo il punto, all'interno della stessa voce, serve a dare continuità al flusso del pensiero, nonostante la frantumazione stilistica; posta ad apertura della voce, svolge il ruolo di soglia, di separazione - congiunzione tra lo spazio della meditazione interiore e lo spazio esterno della comunicazione.

Guardando oltre lo stile, lo spezzettamento linguistico si adegua al travaglio di una visione del mondo in continua dia­lettica tra i poli opposti dell' esistenza; un linguaggio interio­re, frantumato lungo gli itinerari del pensiero, teso a cogliere le vibrazioni delle cose create, meditato nell' ansia religiosa di scoprire collegamenti tra la vita planetaria e il cosmo. Alla resa di questa esigenza va collegata la fissazione di Porchia per le virgole, come ricorda lo scultore Libero Badii, suo amico: "Era un maniaco delle virgole, perché una virgola risultava essenziale per sottolineare il significato del suo pen­siero. lo l'ho visto furioso solamente una volta: per una vir­gola sbagliata nella stampa".

Differenziandosi dalle caratteristiche letterarie ufficiali, ed essendo fortemente innovativo per la semplicità espressiva e la povertà lessicale, il linguaggio di Voces non viene accetta­to nell' ambiente letterario, perché non è recepito nella sua modulazione interiore, nell'eleganza della sua particolarità sotterranea, tanto che per la pubblicazione di alcune voci su Sur (la rivista diretta da Victoria Ocampo) in seguito alle segnalazioni di Roger Caillois, vengono apportate delle correzioni. Porchia, essendo un uomo mite, non si sdegna per l'inconveniente ma ritira il manoscritto. Può darsi che l'episo­dio sia da collegare alla difesa che Porchia aveva precedente­mente fatto della spontaneità letteraria e artistica, da lui defi­nita il "non saper fare", frase che, equivocata, avrebbe potuto far pensare all'approvazione dell'ignoranza laddove si affer­mava l'immediatezza dell'ispirazione priva di artifici in sim­biosi con la profonda sincerità dell'essere.

L'incidente riferito da Roberto Juarroz conferma l'opinione che l'essenzialità linguistica di Voces non è dovuta alla sem­plificazione (o all'incompetenza) di un uomo che non sente propria la lingua spagnola, ma alla necessità di utilizzare il linguaggio come uno strumento interiore, che, a costo di discostarsi dalla sintassi, deve corrispondere all'adesione psi­cologica. Questo giudizio trova supporto in varie testimonian­ze: Andrè Breton scopre in Porchia "Il pensiero più duttile di espressione spagnola"; una sorella di Antonio, Nélida Porchia Orcinoli, dichiara: "Ogni "voce" lo impegnava molto tempo, come se fosse il risultato di una elaborazione molto curata e molto lenta"; Libero Badii ricorda che Porchia componeva poche frasi, non più di cinque all'anno, ma con una grande attenzione per l'espressione verbale. La lunga gestazione lin­guistica deriva dalla ricerca dell' armonia interiore e del tono giusto da parte di un emigrato che, giunto già adolescente in Argentina, si deve sottoporre ad uno sforzo straordinario per apprendere da autodidatta lo spagnolo e per acquisire sicurez­za nell' esposizione scritta.

 

3 Leòn Benarròs, Antonio Porchia, Hachette, Bs. As.,1988

4 J.L.Borges, "Voix di Antonio Porchia", Prefazione, Fayard, Documents Spirituels, n.16, Paris, 1979.

5 Antonio Porchia: el secreto compartido" in: Rivista de Cultura# 12 - fortezza, sao paulo-maio de 2001

6 Roberto Juarroz, Antonio Porchia: EI apogeo del aforismo, in Universidad de México, vol. XXXVIII, nueva época, n.16; 1982.

 

<<

Centro di Cultura per l’Educazione Permanente UNLA via Vittorio Butera 88040 Conflenti (CZ)

Tutti i diritti riservati UNLA Conflenti

Progettazione e Realizzazione CR

via Marconi 88040 Conflenti (CZ)

Per maggiori informazioni @