Oltre la ragione

 

 

 Il lettore cristiano potrebbe trovare in Porchia una dimen­sione religiosa nella visione dell' esistenza improntata alla sin­cerità, all'amore, all'essenzialità. E' questo il messaggio più forte di Voces: cercare la saggezza nella voce interiore, nella propensione al bene, nelle piccole cose, saggezza a cui l' auto­re perviene non con la guida della filosofia, della letteratura o delle religioni, ma scrutando nell'interno di sé, dove nessuna luce esterna né la ragione illustrano verità già fatte. Dall'ispezione intensa della propria coscienza affiorano i con­tenuti profondi per lasciarsi cogliere: "Il profondo, visto con profondità, è superficie".

La ricerca del profondo in Porchia non ha interruzione, e, nonostante la molteplicità degli ambiti in cui si svolge, tutti i suoi percorsi confluiscono in un'unica fonte, il pensiero: "Tutti i miei pensieri sono uno solo. Perché non ho mai smes­so di pensare". Il pensiero è il perno attorno a cui ruota l'esi­stenza, anzi, gli si sovrappone come nel cartesiano "Cogito ergo sum"20: "E se non c'è nulla che uguaglia il pensiero e se non c'è nulla senza il pensiero, o il pensiero è solo pensiero o il pensiero è tutto".

In questa intensa attività cogitante, la ragione non occupa

un posto preminente. La voce "La ragione si perde ragionan­do" vale tanto nell'affrontare le grandi problematiche come la ricerca della verità: "Il ragionare della verità è follia", quan­to nella comunicazione quotidiana: "Convincimi, ma senza convinzioni. Le convinzioni non mi convincono più"; e non è certo in un procedimento razionale che l'autore si sofferma a riflettere quando dichiara: "Se mi dicessero che sono morto o che non sono mai nato, non smetterei di pensarlo".

Il travaglio nell'uso della ragione è più volte ribadito: "E se in tutto quello che è non c'è nient'altro che quello che non è, tutto è quello che non è"; "Non scoprire che potrebbe non esserci niente. E niente non si torna a coprire", L'accertamento del nulla è irreversibile, perché, una volta che si è arrivati alla cognizione razionale del vuoto attorno a sé, diventa molto difficile, anzi impossibile, colmarlo con lo stes­so strumento che lo ha scoperto; questo vale anche per la fede: "la fede, quando si perde, si perde da dove nasce"; quindi, per spaziare in una dimensione ampia dell' esistenza o aldilà di essa, lungi dal porsi con la ragione o con i sensi, vanno utiliz­zati strumenti d'indagine extralogici.

Le facoltà razionali, incapaci di superare le barriere della mente, sviano dalla percezione profonda delle cose; i sensi ci ingannano facendoci credere alla pura apparenza della realtà: "Quando credo che la pietra è pietra, che la nube è nube, sono in uno stato d'incoscienza". Lasciato dalla logica a un certo punto del suo percorso, l'io cogitante affida ad altre abi­lità percettive le comprensioni elementari, inaccessibili alla ragione.

"Alle volte, di notte, accendo una luce per non vedere" è una frase che farebbe pensare alle visioni dei mistici, ai quali le immagini dei santi appaiono in una sfera esterna a qualsia­si fonte di luce fisica. Pari a un asceta, Porchia accetta il mistero dell'esistenza: "Il mistero ti fece grande: ti fece miste­ro"; in questa dimensione dell'incognito è possibile percepire l'essere supremo anche se non rientra nelle proprie acquisi­zioni razionali: "Dio mio, non ho creduto quasi mai in te, ma sempre ti ho amato".

Vede chi conserva la visione ingenua delle cose: "Chi con­serva la sua testa di bambino, conserva la sua testa", o chi, diventando adulto sviluppa la capacità di scrutare gli abissi, di arrivare sino alle profonde oscurità con "gli occhi della colomba" di cui parla san Gregorio di Nisseno: "I miei occhi, per essere stati ponti, sono abissi". Non si coglie la realtà usando in modo superficiale gli strumenti sensoriali che abbiamo in dotazione: "Mi dice che sono un cieco, ciò che vedo"; "Mi vedi quando mi tocchi; quando non dovresti vedermi"; la vera realtà non risiede nelle apparenze; è latente nel profondo dove i sensi non riescono a penetrare.

Alcune voci esplicitano il concetto dell' inefficacia della vicinanza corporea, della vacuità della conoscenza derivata dal semplice vivere insieme o comunque dalle frequentazioni che non coinvolgono l'interiorità: "Sai tanto di me e non mi comprendi. Sapere non è comprendere. Potremmo sapere tutto e non comprendere niente". La comprensione, che è scambio profondo, va attribuita ad altro, forse a quell'invisi­bile filo con cui in un mito cinese il vecchio della luna lega le caviglie di chi sarà destinato a incontrarsi per le affinità pre­senti sin dalla nascita, o, se vogliamo corrispondere con un rimando occidentale, a quelle che Goethe chiama "affinità elettive" .

Dal connubio tra ragione e facoltà extralogiche nascono varie considerazioni: "Se penso cos'è la vita, penso che la vita è un miracolo, e se penso cos'è un miracolo, non gli credo";

"Chi non sa credere, non dovrebbe sapere"; "Il male di non credere è credere un pò". Sono queste le voci che più corri­spondono al pensiero di Porchia, perché contengono il dilem­ma insolubile che pervade l'esistenza e le antinomie che caratterizzano la sua personalità.

  Le riflessioni sulla conoscenza si snodano tra conclusioni e ripensamenti lungo l'iter interminabile del pensiero, dove ogni punto di arrivo va annullato per rimettersi sulle tracce di una nuova verità: "Ogni verità parte da ciò che è appena nato: da quello che non c'era"; "Una nuova verità è il mori­re di una vecchia verità". Nessuna delle verità raggiunte è definitiva: "Le mie verità durano poco in me; meno delle altrui"; rimanere prigionieri di una verità vuol dire annienta­re il pensiero, cosa che, se il pensiero è tutto, equivale a mori­re: "Quanti, stanchi di mentire, si suicidano in una qualsiasi verità”. …

 

20 "Penso, dunque sono". 

 

<<

Centro di Cultura per l’Educazione Permanente UNLA via Vittorio Butera 88040 Conflenti (CZ)

Tutti i diritti riservati UNLA Conflenti

Progettazione e Realizzazione CR

via Marconi 88040 Conflenti (CZ)

Per maggiori informazioni @