La solitudine

 

La disposizione alla solitudine introduce all'opera come guida alla lettura e alla comprensione di un uomo, che, allon­tanatosi dalle frequentazioni urbane, dalla visione superficia­le delle cose, impara a cercare l'essenza della natura umana e a pervenire alla fonte dell' esistenza.

Pur non rimuovendo dall'animo l'umanità, Porchia cerca rifugio in uno spazio distanziato dalle moltitudini: "A volte per isolarmi dal mondo lo innalzo attorno a me a guisa di muro". Il muro gli serve a recuperare la piena potenzialità della sua natura che rischia di disperdersi nell' omologazione di massa: "Cento uomini, insieme, sono la centesima parte di un uomo", o di confondere le proprie peculiarità in un coacer­vo di gente troppo diversa da sé: "Scoprirai la distanza che ti separa da loro, unendo ti a loro". Questa voce, che con l'uso del futuro catalizza l'attenzione sulla formulazione profetica, evoca il noto vaticinio di Caccia guida che loda Dante per la sua futura decisione di far "parte" per se stesso staccandosi dalla "compagnia malvagia e scempia"26.

Come l'originario bisogno di deserto degli anacoreti, ali­mentato da tutti i monaci nel corso dei secoli, isolò i monaste­ri dagli spazi urbani senza che venissero interrotti i rapporti con la gente, così Porchia crea una fascia di deserto attorno a sé pur non dimenticando gli affetti: "Me ne andrò da te, ma tu non andartene da me. Perché me ne andrò da te come me ne vado da tutto, senza che niente se ne vada da me". Per stare con gli altri, quindi, è eliminabile la presenza corporea, a vantaggio della vicinanza psicologica, che si può realizzare tramite una comunicazione a livelli diversi da quelli fisici: "Ogni avvicinamento è avvicinarsi a un corpo, dove finisce ogni avvicinamento"; e, se certe vicinanze escludono comuni­cazione interiore e scambio verbale, come esplicitato nella frase: "Con alcune persone il mio silenzio è totale: interiore ed esteriore", l'intera umanità preme all'interno della coscienza di chi è intento a percepirla, e che per porsi al suo ascolto tacita la propria voce: "Nel mio silenzio manca solo la mia voce ".

Solitudine è sinonimo di silenzio. Dalle testimonianze degli amici sappiamo che Porchia è un uomo taciturno. Quando vanno a trovarlo, lui, seduto in un angolo della casa, ascolta con attenzione ma interviene in modo molto parsimo­nioso e soltanto su argomenti consoni alla meditazione del solitario, come l'armonia universale, la poesia, la perfezione dell'istante. Anche su questi temi non si dilunga (afferma lo scultore Libero Badii), convinto che bastino venti parole per esprimere tutta la conoscenza, perciò, lamentandosi del fiume verbale contenuto nei libri, esclama: "Quante parole!"

In solitudine è possibile raggiungere il punto estremo di ogni indagine sull'esistenza, il nulla, che, privo di ogni essen­za, si identifica con la purezza del pensiero dove né voci néluci arrivano a introdurre altro materiale al posto di quello eli­minato: "Ce qu'il y a de plus pur en nous se confond avec le néant, car sa pureté n'a pas de voix et presque pas de lumiè­re"27.

Quello che ci circonda è un mondo fatto di parole; parole svuotate dei significati profondi: "Diamo un nome e dopo non sappiamo che nome dare al nome"; parole pronunciate senza sapere chi sia il vero referente dei nostri messaggi, se l'inter­locutore o noi stessi: "E se non posso dirti nulla senza quello che io mi dico; quello che io ti dic , è quello che io dico a te o è quello che io dico a me?". Portata all'estremo l'incomuni­cabiltà28, il legame verbale si spezza lasciando intravedere come prospettiva allettante l'arroccamento in una "nebulosa lontana", da dove il mondo appare remoto, diverso, estraneo: "Quando osservo questo mondo, non sono di questo mondo; mi affaccio a questo mondo".

In un romitaggio perfetto, la presenza dell'io sarebbe di troppo: "Un uomo solo è troppo per un uomo solo". Per con­seguire la solitudine assoluta, dopo avere superato le pressio­ni individualistiche dell'io, è necessario attraversare la porta del "nulla": "Il nulla o il come nulla? Il nulla. Perché il nulla mi dà solitudine e il come nulla non mi dà nulla. Nemmeno solitudine" .

Il nulla, si afferma altrove, è una meta lunga da raggiunge­re e non consente sviluppi29. Identificando il nulla con la soli­tudine, interviene una riflessione che, come nei vari percorsi del pensiero di Porchia, ne fa emergere un' altra faccia, quella che vuoI dire deprivazione della solidarietà umana: "Il tuo tutto si è circondato di nulla. Solitudine assoluta con una porta inutile e una finestra inutile". E' una voce che ricorda la formula della monade di Leibniz3O, dove l'aggettivo "inuti­le" mette in crisi il giudizio costruttivo alimentato sulla vita solitaria; porte e finestre, che dovrebbero servire a stabilire contatti, si rivelano inefficaci se si evidenzia la breve durata delle relazioni umane: "Per accompagnarmi con qualcosa, qualche volta, quanto ho dovuto accompagnare!", e svelano quanto siano mute le compagnie prive di corrispondenze, quanto incolmabili le distanze: "Vicino a me non ci sono che lontananze" .

Considerata da questo risvolto, la solitudine si riempie di presenze illusorie: "Chi non riempie il suo mondo difantasmi, resta solo"; quando persino i fantasmi disertano gli spazi del­l'uomo, all'io non resta che sdoppiarsi per accompagnare se stesso: "Adesso siamo nessuno e io. Adesso non mi sento d'es­sere solo. Adesso potrei credere che solo nessuno è qualcu­no".

Indagando sul significato della solitudine, Porchia ne sco­pre la problematicità: "La mia solitudine, a volte credo che la determini ciò che non esiste, non ciò che mi manca. E forse la mia solitudine non esiste e io la vivo inutilmente". Non è, quindi, la mancanza di una cosa concreta, come può essere la compagnia di qualcuno, a determinare lo stato di solitudine per un uomo che si è liberato da tutte le forme dell'incatena­mento"31, ma è "ciò che non esiste"; è quell'anelito imprecisato, quel sentimento indefinibile,che, non sapendo a quale fonte si nutre, rinnova senza possibilità di estinzione il desiderio di sé, creando il vuoto attorno. …

 

 

26 Dante Alighieri, Paradiso, Xvll, w. 66-69.

27 Traduz. R. Caillois:" Ciò che c'é di più puro in noi si confonde con la nascita, perché la sua purezza non ha voce e quasi non ha luce".

28 Il problema dell'incomunicabilità, inteso in modo così radicale, richiama Gorgia, filosofo presocratico appartenente alla So1;1stica.

29 Cfr., infra, "Oltre la ragione".

30 G.G.Leibniz, matematico, scienziato, filosofo vissuto nel sec. XVII. Le monadi (la cui dottrina fondamentale è esposta nell' opera "Monadologia") sono centri di energia che costituiscono le esistenze senza comunicare tra loro (non hanno "né porte né finestre"), contenendo ciascuna in sé i suoi principi attivi.

31 Cfr., infm, "Radici".

 

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