L'amore

 

Le poche notizie, che pervengono tramite le dichiarazioni degli amici, aprono spiragli per interpretare le voci in cui l'a­more figura direttamente o in modo allusivo. Da quanto sap­piamo, Antonio Porchia ha due amori impossibili.

La prima donna amata, contratta una grave malattia polmo­nare, viene ricoverata in un ospedale, dove lui va a trovarla finché è viva. Antonio si riferisce alla sua presenza "lontana", ormai priva di comunicazione verbale, quando dice a Roberto Juarroz: "Stare in compagnia non è stare con qualcuno, ma stare in qualcuno".

Dopo la sua morte, passa molto tempo prima che si inna­mori di un' altra donna; anche questa volta, una situazione anomala. L'amore ricade su una prostituta che Porchia non esiterebbe a sposare, se lei, minacciata dai suoi sfruttatori, non interrompesse la relazione; allora, rendendosi conto del pericolo che le farebbe correre, si rassegna alla sua perdita. Pensa certamente a lei quando scrive due voci, una realistica: "Si dava a tutti senza seguire nessuno. E in quel mondo, dove quasi tutti seguono tutti senza darsi a nessuno", l'altra con un tocco di poetica nostalgia: "Trovai il più bello dei fiori nei fiori caduti".

Dalla triste conclusione dei suoi amori Antonio Porchia trae l'idea della fine dolorosa di ogni rapporto, una previsio­ne pessimistica che lo frena nelle nuove esperienze: "Nel lasciare una cosa, non vorrei prenderne un'altra, per non lasciarla un'altra volta".

I due sfortunati innamoramenti lascerebbero presupporre che Porchia, per la forte ambivalenza che lo caratterizza, forse inconsciamente, cerchi delle situazioni impossibili per salva­guardare il bisogno di libertà, per difendere la tendenza con­genita a vivere senza catene, perché, anche quando vengono rotte, le catene continuano a incatenare, anzi quelle rotte sono le più durature: "Le catene che più ci incatenano sono le cate­ne che abbiamo rotto", e ogni fine scava un abisso incolmabi­le: "Tutto ciò che cambia, dove cambia, lascia dietro di sé un abisso"; la frequente interruzione del messaggio tramite le virgole in questa breve frase rende l'idea della sofferenza spe­rimentata.

L'amore non è esclusivo perché un'esperienza unica impe­direbbe i confronti: "Chi ti ama, se amasse solo te, non potrebbe amarti, perché non saprebbe né come a chi né come a che amarti"; la continuità del sentimento è nella vita, nelle ragioni dell'amore, non nello stesso oggetto: "Amo per ciò che amai, e ciò che amai non tornerei ad amarlo".

Cessare una frequentazione non causa la separazione inte­riore: "Me ne andrò da te, ma tu non andartene da me. Perché me ne andrò da te come me ne vado da tutto, senza che nien­te se ne vada da me". Ogni rapporto umano arricchisce l'es­sere, ed è forse la crescita di uno solo che distanzia due per­sone precedentemente affini: "Quando mi facesti un altro, ti lasciai con me".

Allorché l'incanto dell'amore per qualche ragione s'in­frange, è preferibile perdere una persona, anche se ancora cara, mantenendone integro il ricordo anziché farlo corrodere da una convivenza non più idilliaca: "Sì, mi apparterò.

Preferisco lamentarmi della tua assenza che di te". Alla fine di una storia, l'amore perduto lascia molti rimpianti propo­nendosi come esperienza unica e irripetibile, che esclude la ricerca di altri incontri: "E se l'amore è l'amore perduto, come trovare l'amore?". Il ricordo della persona amata persi­ste e ci insegue in ogni luogo: "Vorrei andare dove non sei. E dove non sei?". Questa resistenza trova la ragione non nella verità ma nel dubbio: "Perduri in me quando sei com'è il dub­bio in me. E forse il perdurare è dubbio"41; spetta a una nuova luce produrre la dimenticanza e aprire nuove prospettive: "Un raggio di luce cancellò il tuo nome. Non so più chi sei".

L'amore scaturisce dal mistero, dall' attrazione dell' inco­gnito, da un modo di essere che si percepisce, ma se fosse rivelato distruggerebbe il fascino: "Ti amo come sei, ma non dirmi come sei".

Anche su questo territorio non tarda ad allungare le sue ombre il sentimento dominante nella vita di Porchia, il dolo­re, che si sovrappone all'amore anzi si identifica con esso: "L'amore che non è tutto dolore non è tutto amore". In alcu­ne voci, che non nominano espressamente l'amore ma gli sono chiaramente riferite, figura un'esile gioia mentre abbon­dano le sfaccettature del dolore: "Il mare di amarezze che mi hai dato non mi basta per darti neppure una goccia di ama­rezza, perché mi hai dato anche una goccia di dolcezza"; "Triste sei meno triste. Rimani triste"; in questa voce, la tri­stezza intride ogni fibra dell' essere, che appare nella sua autenticità senza le alterazioni mal riuscite della falsa gioia, senza la finzione che distrugge l'armonia dell' amore. …

 

41 Per il dubbio, cfr., in/m, "Oltre la ragione".

 

 

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