La luce e l'oscurità

 

Porchia si riferisce al suo modo d'intendere la vita e ai suoi criteri di conoscenza quando afferma: "Le cose che più con­trastano tra loro sono quelle che meno contrastano con me". In molte delle voci che svelano i contrasti della sua persona­lità ricorre la metafora della luce e delle ombre, del giorno e della notte, sia come contenitori di simboli, sia come veicoli del sapere.

L'esempio mitico dell'ambivalenza, nella cultura occiden­tale, risale ad Apollo, che conciliò in sé il cupo nero della notte e lo splendore solare, derivandone l'armonia degli estre­mi. Nelle voci, la luce e l'oscurità si scambiano i ruoli con pochi tratti di recupero delle funzioni proprie.

La luce fa vedere le apparenze distraendo dalla concentra­zione conciliata dall' oscurità, la sola capace di perlustrare il noumeno al di sotto delle visibilità fenomeniche70: "La notte è un mondo che la stessa notte illumina". Non sulle superfici, dunque, ma negli abissi dell'interiorità bisogna illuminarsi, lontani dai condizionamenti esterni e dalle sorgenti visibili: "Sempre cerco qualche luce e sempre nella notte e non illumi­nato da nessuna luce"; "Vediamo per qualcosa che ci illumi­na; per qualcosa che non vediamo".

La luce potrebbe trarre in inganno occultando depositi di aridità umana dietro lo scintillio che crea illusioni e alimenta le speranze fallaci delle apparenze; la notte protegge i sentieri inesplorati dove percorrendo un tratto di verità si trova il bene, il tesoro nascosto a cui nessuno è arrivato, la meta che è frutto di sacrifici e rinunce: "Può esserci un deserto dove c'è luce; dove c'è notte, no", Il giorno illude con le sue chiarezze (che si prestano ad essere confuse con espressioni di verità) chi ripone la propria fiducia nelle cavità della notte: " Le jour ne peut se moquer de moi: je ne me suis jamais moqué de la nuit "71,

Come ogni altra verità, per Porchia anche le certezze della notte non sono durature; ed ecco il dubbio, sempre in aggua­to sul percorso della conoscenza, riversarsi sull'oscurità, indebolirne la forza senza trasferirla alla luce: "L'infinita luce non riuscirà ad aprire del tutto i miei occhi. L'infinita notte, riuscirà a chiudere del tutto i miei occhi? Chi lo sa!", Con questa voce Porchia dimostra di perdere fiducia nella sua con­sueta chiave d'interpretazione dell'oscurità, trovandosi di fronte a uno dei più grandi misteri dell'esistenza: la vita oltre la morte. Rilevati i limiti della luce, che, nonostante abbia una fonte cosmica, non consente la piena illuminazione durante l'esperienza sul pianeta, le tenebre offrono soltanto un tenue spiraglio alle possibilità esistenziali nei territori ultraterreni. ….

 

70 "Noumeno" è il termine usato dal filosofo tedesco Immanuel Kant per designa­re la realtà che non vediamo perché si trova sotto le superfici delle cose; "fenome­no" indica, invece, la realtà coglibile con i sensi, cioè le apparenze.

71 Traduz. R. Caillois: n Il giorno non può prendersi gioco di me: io non mi sono mai preso gioco della notte n.

 

 

 

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