Il male

 

Mentre il dolore, che è frutto delle sofferenze, giova a chi lo patisce per gli effetti palingenetici e di umanizzazione, il male non ha risvolti positivi neppure quando non viene com­piuto: "Il male che non ho fatto, quanto male ha fatto!".

All'idea che Antonio Porchia nutre del male concorrono componenti antiche, bibliche e cristiane. Da questi depositi culturali proviene la contaminazione, che, scaturendo dalla colpa di un individuo, attacca tutti, come il peccato di Adamo ha macchiato l'intera umanità. "Il male non lo fanno tutti, però accusa tutti", perché chi lo compie appartiene a una stes­sa specie, quella umana, che manifesta il male tramite un suo esponente allo stesso modo in cui un albero attaccato alle radici svela la malattia nei frutti dei suoi rami.

Se l'eroe greco, affetto dalla hybris60, trascinava nella rovi­na i familiari (o l'intero popolo allorché il responsabile della hybris fosse un re), il contagio per Porchia oltrepassa i confi­ni delimitati della famiglia avendo origine nell'umanità: "Non parlare male dei tuoi mali con nessuno, che vi sono colpe dei tuoi mali in tutti".

In un mondo pieno di male il minimo bene acquisisce un'importanza maggiore di quanta, in realtà, ne possegga: "Quando il male cresce il piccolo bene si ingrandisce"; inol­tre, essendo ambigue le condizioni dell'esistenza umana, il bene, qualora ci fosse, non sortirebbe effetti diversi dal male: "In quel mondo io sapevo che mi uccideva il bene, ma crede­vo che mi uccidesse il male".

Su questo grande palcoscenico dell' esistenza, la commedia degli opposti investe tutti gli aspetti del male e del bene com­prese la menzogna e la verità: "Capisco che la menzogna è un inganno e la verità no. Ma io sono stato ingannato da entram­be", né le antinomie si esauriscono in quest' ambito, anzi, può succedere che il male si presenti dietro lo schermo del bene: "A volte credo che il male è tutto e che il bene è solo un bel desiderio del male". La doppiezza del male e del bene, sovrapponendosi, induce la gente ad agire su imitazione del Dio cristiano, che interviene a salvare l'uomo dopo la sua per­dizione, senza aver fatto niente per evitarla: "Quando non mi vedi perduto vorresti vedermi perduto, per salvarmi. Sei uguale al tuo Dio".

Nessuno è indenne dal compiere il male, che agisce come un impulso inevitabile, pur lasciando un certo margine di con­trollo per rendere meno grave la sofferenza della vittima: "Non si può evitare di far male. Ma si può fare meno male,

facendo male dove fa meno male", ed invece i diffusori di male si comportano come le vespe che, dopo aver punto, inse­riscono il pungiglione nella ferita: "Chi cerca di ferirti cerca la tua ferita, per ferirti nella tua ferita".

Affermato il principio che le colpe di uno ricadono su tutti, Porchia fa notare come le vittime del male siano le persone che non lo meriterebbero: "Ho potuto non fare alcun male, ma non dove non mi hanno fatto alcun male"; allo stesso criterio risponde il bene, che non ha come referenti i diretti benefatto­ri ma l'umanità61.

La catena del male potrebbe essere interrotta se chi è responsabile osservasse le conseguenze prodotte dal suo ope­rato: "Ferisci e tornerai a ferire. Perché ferisci e ti allontani. Non accompagni la ferita". Con questa riflessione Porchia afferma, anche nella tematica del male, la necessità dell'atten­zione agli altri, che costituisce la base del suo profondo senti­mento umanitario.

Non potendo frenare la forte propensione naturale a pro­durre il male, è possibile risparmiare il prossimo dalla sua ricaduta negativa oltre che osservando i danni causati pren­dendo di mira se stessi: "Quando non mi faccio del male, ho paura di fare del male". Un animo sensibile, che preferisce danneggiarsi anziché danneggiare, avverte con sofferenza la presenza del male in sé; lo sente gravare come fosse una com­ponente della sua indole così forte da trasparire fisicamente: "Chi per vedermi mi guarda, che male potrà vedere in me!"; quindi, riflettendo sul suo comportamento, ne trae una scon­solata confessione: "Le mal que j' ai fait, comme je l'ai fait mal"62. ….

 

60 La hybris per gli antichi greci è l'arroganza che nutre chi combatte contro il volere del fato aspirando all'autodeterminazione; una colpa gravissima che trasci­na inevitabilmente alla rovina.

61 Cfr., irifra, "Il bene".

62 Traduz. R. Caillois: "Il male che ho fatto, come l'ho fatto male".

 

 

 

 

<<

Centro di Cultura per l’Educazione Permanente UNLA via Vittorio Butera 88040 Conflenti (CZ)

Tutti i diritti riservati UNLA Conflenti

Progettazione e Realizzazione CR

via Marconi 88040 Conflenti (CZ)

Per maggiori informazioni @