Identità

 

Figlio primogenito di una famiglia rimasta senza padre, portato lontano dall'ambiente protetto dell'infanzia, il giova­ne Antonio si trova privo di riferimenti forti per la sua forma­zione: "Non trovai come essere chi in nessuno, e rimasi così come nessuno". Cerca, quindi, in se stesso la capacità di evol­versi: "Sono stato per me discepolo e maestro. E sono stato un buon discepolo ma un cattivo maestro", dove il "cattivo mae­stro" non va inteso nel senso concreto dei termini ma come ironia letteraria. Porchia, infatti, conosce la sua grandezza d'animo, misurata sul dato umano che ha sviluppato in sé: "Ci sono cose che non entrano nell'infinito. Ed entrerebbero nelle mie mani, se le tenessi nelle mie mani"; è sicuro della sua dignità: "la mia dignità chiede a chi non mi offende di non offendermi, e a chi mi offende non chiede nulla"; è certo della sua altezza morale: "Quasi non ho toccato il fango e san di fango"; "Mi sono abbassato tanto per non abbassare i miei occhi che temo i miei occhi"; "Sempre mi fu più facile amare che elogiare".

La consapevolezza di sé gli deriva sia da un'attenta anali­si introspettiva: "le ne suis pas comme l'on m'afait. Et c'est mieux. Ainsi je ferai moins de mal"11, sia dalla capacità di staccarsi con intelligenza dal proprio vissuto facendosi osser­vatore esterno e attento di se stesso: "Cominciai la mia com­media essendo io il suo unico attore e la concludo essendo io il suo unico spettatore".

 

All'autonomia della sua formazione è riferita una voce attraversata dall' orgoglio titanico di colui che è riuscito da solo a organizzarsi la vita al di fuori del destino: "Prima di percorrere il mio cammino io ero il mio cammino". Emerge, inoltre, la soddisfazione di avere imparato a comporre gli aspetti contrastanti della propria natura, sapendoli utilizzare come poli, antitetici ma costruttivi, nella dialettica evolutiva della personalità: "lo sono il servo e il signore di me. Non il servo di me. Non il signore di me. Perché il servo e il signore di me non ho potuto separarli".

Non conformarsi a modelli non esclude Porchia dalla ricer­ca di stimoli esterni per alimentare lo sviluppo culturale, uma­nitario e sociale: "Se io avessi creduto che l'altro era lo stes­so, la mia vita non avrebbe avuto nessuna estensione"; "Dove c'è una piccola lampada accesa, non accendo la mia". Anche se può essere "attore" di se stesso, egli, al pari di tutti, ha biso­gno di confrontarsi con gli altri perché ogni mutamento indi­viduale richiede un ambiente che cambi contemporaneamen­te: "Vogliono che io mi faccia diverso. E senza che loro si fac­ciano diversi e senza niente farsi diverso. E di che cosa mi farei diverso?".

Il processo più importante per Antonio Porchia è lo svilup­po in sé di tutto ciò che caratterizza l'uomo: "E per portare a termine l'umanizzazione di quello che ho, di santo e di non santo, m'è necessario umanizzare ancora quasi tutto quello che ho di santo". Non il sovrumano, quindi, né l'eroico o l'ec­cezionale, come può essere la vita paradigmatica di un santo; ciò di cui c'è bisogno è l'umano nell'uomo con tutti i suoi difetti, con la presa di coscienza della sua fragilità che si deduce comparando si alle realizzazioni più elevate: "Se non alzi gli occhi, crederai di essere il punto più alto". Dal pro­cesso di umanizzazione conseguono aspetti particolari della personalità, come la volontà di non coinvolgere altri nei pro­pri errori: "Le mie colpe non andranno in mano altrui per colpa mia. Non voglio un'altra colpa nelle mie mani", come la consapevolezza dei meriti: "Quantunque ottenessi il bene che non merito, non potrei viverlo; il bene che merito sì potrei viverlo, anche se non lo ottenessi". Molto profonda l'idea a cui attinge la seconda parte di questa voce che indica la ricompensa di un merito non nel riconoscimento altrui ma all'interno della propria coscienza.

Conformemente agli ideali politici e alla sua formazione umanitaria, Porchia mette in pratica in modo radicale i princi­pi fondanti dell'umanesimo, sia cristiano che socialista. La sua morale, inoltre, si caratterizza dell' "azione in sé" di tipo kantiano, che afferma il bene senza la prospettiva di premi ultraterreni né di interessi contingenti12. Una morale concepi­ta in modo integrale gli fa dire: "Per non ingannare, non mi basta non ingannare", il che, nel modo comune di intendere, sarebbe pari al tacere per non mentire ma senza il coraggio della verità. Pur di non danneggiare nessuno, egli trascura i propri desideri: "Volevo vincere. Ma non vincevo. Perché volevo vincere senza sconfiggere"; qualora vinca non celebra il trionfo, affinché risulti meno grave la mortificazione del perdente, di cui sente la responsabilità: "Ho perso doppio, perché ho anche vinto".

 

L'attenzione per gli altri lo distoglie da sé tanto che spesso si trova impreparato ad affrontare gli imprevisti: "Poiché mi preparo solo per quello che dovrebbe succedermi, non mi trovo preparato per quello che mi succede. Mai", né si accor­ge delle opportunità che la vita gli offre: "Il mio grande gior­no venne e se ne andò, non so come. Perché non passò dal­l'alba nel venire né dal crepuscolo nell' andarsene".

Vi sono momenti in cui, soffermandosi ad analizzare la sua personalità, Porchia ne evidenzia i lati negativi. Pur essen­do stato attento a evitare il conformismo, le verità preconfe­zionate, si scopre omologato, una delle cose standard da cui tanto rifugge: "Dopo tanto fuggire le cose fatte, mi sono tro­vato io stesso una cosa fatta. E seguito a fuggire le cose fatte"; pur essendosi prefissato di spendere le proprie energie a fin di bene nei rapporti umani, si rende conto di fallire spes­so lo scopo: "Sì, mi rassegno anche a non essere buono, quan­do non posso essere buono". Da questa osservazione si dedu­ce nell' autore una visione realistica delle sue capacità, che, a volte, raggiungendo un acuto pessimismo, fa crollare il con­cetto di sé: "Nel mio viaggio in questa selva di numeri che si chiama mondo, io porto uno zero a mo' di lanterna". Irretito nelle proprie sacche di insoddisfazione, gli sembra persino che la sua presenza alteri l'immagine del mondo, di cui, inve­ce, altrove si giudica particella piccola ma essenziale all'ar­monia del tutto: "Quando mi sembra che tutto esista senza di me, che straordinario mi sembra il tutto!".

Quando numerose manchevolezze lo accusano, e non ha ragioni che le giustifichino, si richiama ai limiti della natura umana: "Anche loro sono come me, mi dico. E così mi difen­do da loro. E cosi mi difendo da me”; non sempre, però, la condizione generale dell’umanità si presta a fornigli attenuanti, anzi mette in risalto le sue défaillances: “ La mia voce mi dice: “ Cosi è tutto”. E l’eco della mia voce mi dice: “ Così sei tu”. ……

 

 

11 Traduz. R. Caillois: "lo non sono come mi hanno fatto. E questo è meglio. Così farò meno male".

12 Cfr., infra, "Il bene".

 

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