Giudizi

 

Libero Badii, scultore: " Parlava sempre della bellezza.

Mai raccontava episodi della sua vita, si collegava esclusiva­mente a temi astratti in relazione con la grande Armonia. (...) Le voci di Porchia sono autobiografiche minuto per minuto, una per una lo narrano, non alla maniera diretta del­l'uomo che dice come lo hanno addolorato le cose, ma alla maniera trascendentale dell'illuminato autentico".

Daniel Barros: "Porchia è un artista, la sua personalità ci è necessaria anche se lui non si occupa direttamente di pro­blemi particolari. Ha una posizione chiara nei confronti del­l'umanità. Dice che lui non lo vedrà, ma noi sì il raggiungi­mento di un altro stato di coscienza, perché: "questo non èmio, è di tutti".

Leòn Benaròs trova per Voces la definizione appropriata in "voci"; Vincenzo Capitelli le dice "opere aperte", il cui "carattere fondamentale è l'universalità senza esclusione del cosmico" .

Andrè Breton (nel suo libro "Entretiens") scopre in Antonio Porchia: "Il pensiero più duttile di espressione spa­gnola ".

J.L. Burgos: "Gli aforismi di questo volume vanno molto oltre il testo scritto; non si identificano in una conclusione senza un inizio; non si propongono di produrre un effetto. Potremmo avere il sospetto che l'autore li abbia scritti per se stesso e non credo si adegui agli altri l'immagine di un uomo solitario, lucido e consapevole del mistero singolare di ogni istante" .

Roger Caillois: "I suoi pensieri...non rivelano logica né psicologia, quanto piuttosto metafisica, una metafisica dove c'è da predire piuttosto che comprendere".

Vincenzo Capitelli dice delle voci: "Festa dell'ingegno, indubbiamente. Ma non si propongono l'ingegno, però sì la profondità. Non si vestono, anzi si svestono. Hanno un' eticità profonda, ma non enigmatica. Esprimono un pensiero polie­drico, a volte sfaccettato. Ogni voce è voce per ognuno. Sono"opere aperte ", in libertà, esposte ai venti di molteplici inter­pretazioni. Il loro carattere fondamentale è l'universalità, senza esclusione del cosmico".

Maurizio Chierici, in un articolo dedicato agli emigranti italiani d'oltre oceano, pubblicato sul "Corriere della Sera" (9 dicembre, 2000), afferma: "primo poeta a essere tradotto in francese e a incantare André Breton è Antonio Porchia" e ricorda che la "Nouvelle Revue Francaise" lo ha paragonato al premio Nobel Octavio Paz.

Antonio Coltellaro: "Porchia non è un autore facile.

Bisogna leggerlo  ""a piccole dosi, evitando gli usi prolunga­ti ". Leggerlo, lasciandosi coinvolgere dal suo mondo e seguendo lo nei suoi viaggi tra il reale e l'immaginario; cer­cando, come dice lui stesso, non di sapere, ma di capire; spe­rando di essere colti, di tanto in tanto, dalle sue stesse folgo­razioni per avvertirne la profondità del pensiero. Impressio ante l'affinità con la filosofia buddista: uguale la concezione del mondo basato su un complesso di armonie, che svela non la vera realtà, ma il continuo divenire; uguale la percezione del tempo, visto in un susseguirsi di momenti presenti in cui vive il passato; un mondo dominato dal dolo­re, dove solo laforza e i legami dell'amore possono migliora­re la nostra esistenza e quella degli altri".

Daniel Gonzàles Duenas, Alejandro Toledo e Angel Ros, che inseriscono Porchia nella schiera degli scrittori "segreti" diffusi in circoli di lettori "iniziatici", affermano: "La critica letteraria arriverà a capire che le voci sono, più che un gene­re in se stesse, uno" spirito".

Roberto Juarroz: "Era un essere di un 'umiltà esemplare, ma nello stesso tempo con qualcosa di incontrovertibile, di immodificabile, che ci fa pensare a quegli alberi centrali attorno ai quali gravita l'intero bosco"; "Don Antonio, come lo chiamavamo, era una prova vivente della profondità del­l'essere, un luminoso esempio delle sue parole profonde e dei suoi gesti straordinariamente trasparenti".

Henry Miller include Voces tra i cento libri di una bibliote­ca ideale.

Alejandra Pizamik: in una lettera (aprile 1963) ringrazia Antonio Porchia per aver saputo esprimere l'ineffabile con parole capaci di suscitare la sensazione di trovarsi alla fonte dell' esistenza; in altra circostanza aveva detto: "Il suo libro è il più solitario, il più profondamente solo che sia stato scritto nel mondo, e ciò nonostante, rileggendo lo a mezzanotte, mi sento accompagnata, o, per meglio dire, protetta".

Alberto Luis Ponzo: "Porchia arriva all'esperienza poeti­ca totalmente inconsapevole, perché non si proponeva di arri­varci. E infatti, non si arriva a niente, tanto meno alla poesia, senza libertà di pensare, di vedere, di sentire".

José Pugliese: "Porchia era molto timido, molto introver­so, si metteva sempre nell'angolo più lontano della casa, e parlava poco".

Magdalena Saubidet: "Il suo pensiero, che ci ricorda in modo straordinario il taoismo, la parte più antica e vitale dello Zen, esclude la speranza ma non è disperato. E' quello che io considero un pensiero "tragico". La sua percezione totale delle cose, quasi fisica, si coniuga con l'idea del vado. Porchia sentiva dentro di sé "voci" di cui ignorava la fonte".

Completiamo questo excursus attraverso la critica con qualche battuta dell' autore. Alla scrittrice Inés Malinow che, in un'intervista del 1964, gli chiede perché il titolo Voces, risponde: "E' difficile dirlo. Tutto si ascolta. E si ascolta di tutto"; sulla sua appartenenza culturale si esprime con estre­ma modestia: "Non credo di essere nel surrealismo, non so definirmi perché io non sono niente"; poi, conclude: "Uno è un'infinità di cose. La certezza, chi ce l'ha? Il mio libro Voces è quasi una biografia. Che è quasi di tutti".

 

 

  

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