La concezione dell'uomo

 

La variegata concezione dell'uomo presente in Voces non dipende tanto dalla complessità delle relazioni e delle espe­rienze personali, che svelano ora il male, ora il bene della natura umana, con le conseguenti deduzioni pessimistiche o improntate all'ottimismo, quanto dalle modalità d'indagine di Porchia, abituato ad affrontare ogni problema sulla conoscen­za senza proporsi il raggiungimento di una verità assoluta, ma seguendo tracciati del pensiero sulla cui conclusione viene programmaticamente steso il dubbio55. Le riflessioni sull'uo­mo contengono le più forti antinomie di tutta la raccolta: dalla celebrazione si passa all' analisi pacata, quindi subentrano il dubbio e il capovolgimento del concetto appena acquisito.

L'uomo è la massima realizzazione nell'universo afferma la voce "[ mari, i cieli, gli astri, non sono neppure un uomo. Che straordinario assurdo!"; è un vero inno all'uomo, che nell' incommensurabilità cosmica appare l'essere più straordi­nario, nonostante la sua esiguità esistenziale rispetto agli sce­nari in cui è immerso; è lui la creatura sublime dotata di anima, cioè quel complesso spirituale e intellettivo variamen­te interpretato nelle differenti culture che conferisce unicità alla specie. L'uomo è capace di completarsi nelle varie compo­nenti umane tramite un autonomo sviluppo interiore, impe­gnandosi in un perfezionamento difficile da raggiungere, ter­minale nelle gradualità universali: "E se arrivassi a uomo, a cos'altro potresti arrivare? ", anzi, tutte le caratteristiche della vita universale si concentrano in lui: "L'homme, dans le tout, n'est pas meme une parcelle du tout: il est tout"56,

Porchia afferma il privilegio della natura umana per elargi­zione divina, ma lamenta una mancanza di scambio tra gli uomini, una carenza nella reciprocità: "Dio ha dato molto all'uomo; ma l'uomo vorrebbe qualcosa dall'uomo.

Le doti presenti in ciascuno non sono finalizzate a se stes­si, neppure alla celebrazione francescana dell'opera di Dio, ma alla relazione con gli altri, a quanto ognuno può adoperar­si per rendersi utile: "Sei quanto sei necessario, non quanto sei". Le virtù in eccesso, non richieste per la solidarietà, non ­

servono; chiedendosi "Quanto sei di più, come uomo, è da uomo?", Porchia vuol dire che i superuomini non appartengo­no alla razza umana, perché non potrebbero elargire l' ecce­denza delle loro dotazioni, non avrebbero con chi correlarsi per esplicare una funzione estranea alla natura comune.

Chi non ha acquisito il profondo in sé, non avendo svolto un lungo processo di perfezionamento, resta lontano dall'uo­mo di cui condivide il solo aspetto: "L'uomo, quando è sola­mente ciò che sembra essere uomo, non è quasi niente", La componente fondamentale per immettere l'abisso in sé, cioè l'interiorità, è il dolore a cui l'uomo tenta di sottrarsi57: "L'uomo vorrebbe essere un Dio senza la croce". In un'area priva di dolore, dove mancano le croci, non sarebbe possibile l'esistenza: "L'uomo, quando non si lamenta, quasi non esi­ste", riflessione che richiama la concezione cosmica del mondo greco-romano con la sua netta separazione tra le sfere d'appartenenza: una per gli uomini soggetti a un destino di sofferenza; una di felicità riservata agli dei. Ma, nel corso dei secoli, l'uomo ha smarrito questa idea antica aspirando in alto, sognando scale d'oro che scendono a congiungere il cielo e la terra, costruendo campanili gotici, sempre più ele­vati, quasi per ripetere la scalata titanica alle dimore celesti da dove rapire il paradiso, senza riflettere che nella vicinanza ogni cosa ideale si sgretola sui confini dellaxealtà: "L' homme avait un paradis loin de ce monde: il le perdit en voulant l' ap­procher de se monde"58.

Quando dalla formulazione dei concetti generali passa all'analisi dell'uomo nelle concretezze dell'individualità, Porchia si lascia invadere dal disincanto. Distratta l'attenzio­ne dalla creatura sollevata su tutte le altre con l'evoluzione fisica e intellettiva, ormai pensa ai singoli, agli individui di riferimento, presi come campioni della specie, dotati da esigui pregi tra innumerevoli difetti. ….

Pochi gli aspetti positivi rilevati: "L'indomabile nell'uomo, non è il peggio che c'è in lui: è il meglio". Non può mancare nell'uomo il desiderio di libertà, libertà da ogni cosa, special­mente dai bisogni che, con la loro assiduità quotidiana, asser­virebbero chiunque: "Quasi tutto ciò di cui l'uomo ha biso­gno, ne ha bisogno per non averne bisogno".

 

55 Cfr., infra, "Oltre la ragione".

56 Traduz. R. Caillois: "L'uomo, nel tutto, non è una particella del tutto: egli è tutto."

57 Cfr., infm, "Il dolore".

58  Trad. R. Caillois: “L’uomo aveva un paradiso lontano da questo mondo: lo ha perso volendolo avvicinare al suo mondo”.

 

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