L'antichi dicìanu

 

Piccolo dizionario di proverbi calabresi

 

 

 

Introduzione

 

Il proverbio è una sentenza breve, incisiva, alcune volte rimata o con sillabe assonanti che ha per lo più uno scopo morale o di pratica esperienza.

I proverbi sono universali: non c'è popolo che non li ab­bia e non li abbia comuni con altri popoli. Essi rispondono all'indole delle popolazioni: più queste sono immaginose e più vivi e efficaci sono i proverbi.

Essi sono antichi quanto l'uomo; n'è ricca la Bibbia, si trovano nei libri indiani, in Omero, presso i greci ed i latini,      non mancano nei vangeli, n'è piena tutta l'antichità.

I proverbi sono la sintesi della sapienza dei popoli.

Da noi, in Calabria, venivano chiamati" ditti". In passato hanno avuto poca considerazione anche se essi, più di ogni altra cosa, ci permettono di far risorgere il mondo degli anti­chi e di scoprirne abitudini di vita, idee, paure, ossessioni, odi ed amori. La loro funzione è stata importante nella sto­ria della nostra regione perché, in un popolo di quasi analfa­beti, sostituendo i libri scritti, hanno tramandato, da una ge­nerazione all' altra, notizie e insegnamenti di gran valore sul nostro modo di vivere.

Facili da imparare e da ripetere ci sono serviti nella vita di tutti i giorni per guidarci nei lavori dei campi, per inse­gnamenti morali e consigli pratici.

La nostra raccolta non è completa; certamente esistono ancora decine di "ditti" che non abbiamo riportato, ma il no­stro scopo era solo, in un momento in cui il dialetto subisce delle continue trasformazioni, di "salvare" tipiche espressio­ni della cultura popolare. Con l'aiuto dei lettori potremo, in seguito, ampliarla e completarla.

La ricerca è stata effettuata nei paesi alle falde del Reven­tino e della riva sinistra del Savuto.

 

 

Avvertenze

 

Per i nativi, parlare in dialetto calabrese è facile, scriverlo invece è difficile. Il primo problema è che i dialetti della regione sono innumerevoli e spesso la pronuncia varia da un comune all'altro, anche a pochi chilometri di distanza (per es. Motta S. Lucia e Conflenti); il secondo è che tra gli scrittori e i poeti calabresi non c'è uniformità nell'ortografia. Contrariamente alla lingua italiana mancano delle regole precise e ognuno adotta, in grande libertà, le proprie. La libertà genera una gran confusione e talora alcune composizioni, per l'uso di grafie difformi, diventano di difficile comprensione e lettura. Per quanto mi ri­guarda, per la grafia e la fonetica, ho cercato di seguire le indicazioni degli au­tori più importanti ( Accattatis, Butera, Dorsa etc ) mirando soprattutto a ren­dere la lettura del dialetto chiaro e a non appesantirlo, quando è stato possibi­le, con la presenza di due e qualche volta di tre consonanti.

 

Ecco alcune regole di pronuncia:

La f sia ad inizio di parola, davanti a vocale, sia tra due vocali si pronuncia come h aspirata. Le lettere b, c, d, g, m, n, p, t, quasi sempre ad inizio di parola o tra due voca­li si pronunciano doppie.

La doppia "l" si pronuncia, secondo il paese, in vari modi: regolarmente co­me nella parola italiana "bella" o col suono "ddra" o "dda" dove la "d" ha un suono tra la "d" ela "z".

La doppia "t" ha un suono particolare che si ottiene inserendo la lingua tra i denti.

L'apostrofo davanti a una parola indica la perdita di una lettera ('mprestare, 'ncignare, 'un).

Il simbolo   rimanda a proverbi dove è contenuta la stessa voce.

 

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