Vittorio Maria Butera nacque il 23 dicembre 1877, a Conflenti (CZ) da Teresa de Carusi e Tommaso Butera, appartenenti a quel ceto di proprietari che si era formato tra la fine del '700 e gli inizi del  '800. Unico figlio, in quanto la madre morì dopo appena sei mesi dal parto, fu allevato dalla nonna Peppina che non poco contribuì con i suoi racconti ad alimentare la fantasia fabulatrice del futuro poeta.

 Ma chi, più di ogni altro, contribuì alla sua formazione negli anni della fanciullezza e dell'incipiente adolescenza fu il suo maestro elementare, l'insegnante Emanuele de Carusi che egli rievoca con affetto e grande riconoscenza nella nota poesia "Thuornu a ra scola".

Finite le scuole elementari, il padre avrebbe voluto avviarlo all'amministrazione della proprietà che era più che sufficiente a garantirgli una vita dignitosa.

Ma uno zio paterno, direttore dell'ospedale della marina militare a Portovenere (SP) lo portò con sé, all'età di tredici anni, e gli fece proseguire gli studi.

Si laureò in Ingegneria presso l'Ateneo napoletano nel 1905 e nel 1909 fu assunto tramite concorso dall'Amministrazione provinciale di Catanzaro, non lontano dal suo mai dimenticato paese natale.

A Catanzaro s' innamorò di Bianca Vitale, bellissima donna, che divenne sua moglie e compagna fedele per tutta la vita. Andato in pensione nel 1949 per raggiunti limiti d'età, si dedicò alla pubblicazione delle sue poesie. Morì a Catanzaro il 25 marzo del 1955, lasciando grande rimpianto in tutti quelli che lo avevano conosciuto personalmente e nei suoi moltissimi estimatori, che nel corso degli anni diverranno sempre più numerosi.

 

 

 

Nota biografica

Vittorio Butera

 

   Vittorio Maria Butera nacque a Conflenti il 23 dicembre 1877 da Tommaso e Maria Teresa de Carusi. La sua vita sbocciò all’insegna del dolore , poiché la mamma, dopo sei mesi, morì prostrata dal difficile parto; dolore che trovò sollievo nell’affetto materno della nonna, che si dedicò interamante al piccolo  e che incise profondamente con le “rumanze” nella maturazione culturale del nipote: …a vecchierella mia, fusu e cunnocchia, fila… iu le zumpu cuntientu a re ginocchia, ella me cunta lesta ‘na romanza…”.

   Visse la sua infanzia nel paese natale e fu alunno del maestro Emanuele Caruso.

   L’affetto del padre verso l’unico figlio e l’agiata condizione familiare contribuirono a non far proseguire gli studi al giovane Vittorio. Così egli trascorse un lungo periodo di spensieratezza, godendo di una sconfinata libertà, scorazzando per poggi e valli osservando ciò che lo circondava.

   Tutto questo periodo alimento il substrato culturale su cui poi sarebbe fiorito l’originale e ricca produzione poetica. Il ricordo di quel tempo, infatti, fu sempre vivo nella vita del poeta e costituì un nutrimento continuo per la sua penna.

   Di fondamentale importanza pedagogica furono,pertanto, gli insegnamenti e le esperienze offerte dal mondo naturale durante questa parentesi fanciullesca. Tuttavia a tredici anni lo zio paterno, contrammiraglio medico, lo volle presso di sé a La Spezia e il giovane Vittorio intraprese con profitto gli studi.

   In questo tempo, 1892, iniziò a sgorgare la sua vena poetica e compose una raccolta di poesie  “Larve  quindicenni”. Compiuti gli studi medi si iscrisse all’Università degli studi di Napoli nella facoltà di Ingegneria.

   Nel 1899, durante una vacanza a Conflenti, conobbe Michele Pane, questo incontro con la poesia  in vernacolo accelerò l’evoluzione artistica del Butera, che fin da allora cominciò a creare col suo dialetto stupendo e genuine immagini  ambientali, pervase da aliti universali.

   Conseguita a Napoli, nel 1905, la laurea in ingegneria, si dedicò alla professione prima a Roma, dirigendo i lavori per la costruzione di un nuovo quartiere in S. Croce di Gerusalemme; poi entrò in servizio nelle Ferrovie dello Stato, come ingegnere, e venne assegnato al compartimento di Palermo.

   Nel 1909, vinto un concorso per ingegnere nell’Amministrazione Provinciale di Catanzaro, tornò nella sua provincia dove sposò nel 1911.

   Svolse la sua professione con competenza ed onestà e fu stimato, oltre che da amici, da un cenacolo di professionisti, letterati ed artisti.

   Da questo periodo i numerosissimi componimenti raggiungono toni, qualità di autentica arte.

   Nel 1949, per raggiunti limiti di età, lascia l’Amministrazione Provinciale e si dedica  a riordinare i suoi scritti, seguito amorevolmente dalla moglie, donna Bianca.

   Gli amici, intanto, e i circoli culturali lo pressano a divulgare la sua numerosa produzione, che tra scherzi, sciarade, sonetti, liriche e favole conta oltre duemila componimenti.

   Decide,dietro le affettuose sollecitazioni degli amici, di pubblicare una prima raccolta, con il titolo “Prima cantu e…ddoppu cuntu” dell’editrice Bonacci di Roma.

   Questo volume avrebbe, certamente, aperto la strada ad altri, se la morte non lo avesse colto il 25

Marzo 1955, mentre recitava ad alcuni amici  “ ‘E cecate” di S.  Di Giacomo.

   Conflenti e la Calabria perdevano fisicamente il grande “cantore e cuntore”, il grande interprete dei valori autentici dell’anima popolare.

   Nella struttura di profondità dei componimenti troviamo il BUTERA-Uomo, una persona desiderosa di vincere modestamente, con tratti tibulliani, rifuggendo onori e cariche. Ebbe sacro il culto dell’amicizia, del rispetto per gli altri, e soprattutto amava la vita in tutte le sue manifestazioni. Un uomo che canta la libertà, sotto varie forme, col senso dell’humour, del sarcasmo sferzante, dell’ironia e che si amareggia di fronte agli evidenti soprusi, alla prevaricazione all’ingiustizia.

  

c.c.p.-u.n.l.a.

Conflenti

Leone Carino

 

 

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